Turismo

Parco della Cessuta

Museo del Pino Loricato

 

Al salvataggio del Pino loricato, albero-totem del Mezzogiorno

 
A volte l’incontro con un frammento di vera natura può arricchire di impressioni e ricordi incancellabili. Che si tratti d’un albero finalmente abbracciato dopo una lunga marcia, o d’un lupo intravisto di sfuggita ai margini del bosco, oppure del fremito d’ali d’un uccello che si svela a breve distanza. Un bagliore di vita spontanea, un incontro fortuito e la musica della foresta possono imprimersi nel cuore, svelare mondi nascosti, lasciare un segno indelebile. Aprendo la finestra su orizzonti incantati ai quali si anelava, forse senza rendersene neanche conto. Così avvenne a chi scrive, un numero imprecisato di estati fa. Fu l’incontro con il mitico Pino loricato sulle aspre balze del Pollino, respirando i profumi delle alte creste del Mezzogiorno, saziando la mente di mille sorprese, perdendo lo sguardo nella vastità e solitudine circostante. Accarezzando finalmente quella scorza rugosa mai prima veduta, capace d’infondere tanta energia. Cercando di cogliere i misteri della foresta non più da libri e immagini, ma dalla rivelazione dei faggi vetusti, dei pini neri e dei colossali abeti bianchi. Non ricordo più se a spingermi laggiù fossero le indimenticabili pagine di Norman Douglas in “Old Calabria”, oppure le incantate descrizioni di qualche altro viaggiatore straniero in terre lontane.
 
Certo bruciavo dal desiderio di esplorare il Pollino, la più sconosciuta tra tutte le montagne del Mezzogiorno. Ne avevo sentito favoleggiare, eppure mi sembrava lontanissimo, quasi inafferrabile: così mi accontentavo di leggere avidamente quel poco che si poteva racimolare qua e là. Riuscii a trovare, non so come, alcune fotografie in bianco e nero del Pino loricato, l’albero più straordinario e meno noto dell’intero Appennino: una specie di gigante decrepito, dalla forma contorta, avvolto nella nebbia delle alte quote.
 
Ma non sto parlando di ieri, tutto avvenne molto tempo fa: non c’erano strade né autostrade, allora, ma solo il trenino delle ferrovie calabro-lucane dal quale saltare a terra, per poi affrontare l’ascensione alle vette lontane. Arrampicando con zaini pesantissimi dalla pianura alla quota 2.267 di Serra Dolcedorme, senza sentieri segnati ma cercando la via tra una sorgente e un pianoro. Più in basso, accanto ai villaggi dove c’era il taglio del bosco, la foresta pullulava di mulattieri, bovari, boscaioli e carbonai. La sera era accompagnata da suoni e canti lontani, ma lassù tra le cime, nell’aria rarefatta, su quel balcone segreto della Magna Grecia affacciato tra Jonio e Tirreno, a parte rari pastori, nessuno arrivava. Bene, fu come una rivelazione per me e per i pochi altri che riuscii a trascinare negli angoli più remoti del massiccio.
 
A prezzo di solitudini assolate, marce estenuanti, sete, stanchezza e bivacchi all’addiaccio. Il Pollino era allora sconosciuto anche agli amici calabresi, al punto che se, incalzato dalle loro pressanti domande su dove andassi e cosa mai facessi da quelle parti, mi azzardavo a confessare la mia meta, sorridendo esclamavano che l’avevano capito, sì, perché l’Ampollino era davvero un bel posto. Confondendo così la montagna a due passi da loro con un lontano lago della Sila, meta talvolta delle scampagnate festive. E’ passata quasi una vita, molte cose sono cambiate. Sulle strade montane si muovono ormai veicoli di ogni genere, il silenzio è diventato un bene sempre più raro. Gente vera, sulla montagna, non ce n’è quasi più.